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Economia Regno Unito
Turismo in Regno Unito Visitare Regno Unito, una guida alle città da visitare e al turismo in Regno Unito

Economia Regno Unito

Il Regno Unito ha un ruolo trainante fra le economie occidentali sia sotto l'aspetto finanziario sia sotto quello commerciale. Negli ultimi due decenni il paese ha fatto fronte ad un intenso processo di privatizzazione. L'agricoltura è di tipo estensivo e altamente meccanizzata e la produzione copre circa il 60% del fabbisogno interno. Il Regno Unito è ricco di riserve di carbone, gas e petrolio. La maggior parte del Prodotto Interno Lordo viene dal terziario; banche, assicurazioni e servizi finanziari mentre la parte di PIL dell'industria è in costante declino. Con oltre 9 milioni di visitatori all'anno il turismo è uno dei settori più importanti: il Regno Unito è il sesto paese più visitato al mondo.

Il Regno Unito è tra i paesi più industrializzati del mondo. In termini di prodotto nazionale lordo (PNL) è il quarto paese – seguito da Francia e Italia – dopo Stati Uniti, Giappone e Germania. Nel 2002 il prodotto interno lordo del paese fu di 1.566.283 milioni di dollari USA, pari a un PIL pro capite di 26.440 dollari. A partire dal secondo dopoguerra il paese ha dovuto affrontare numerosi problemi economici quali la pressione valutaria, il deficit della bilancia totale dei pagamenti, l'[[inflazione] e, fino a poco tempo fa, una scarsa capacità produttiva. Durante la recessione verificatasi nel 1974, la situazione si fece ancor più critica: il numero di disoccupati superò il milione, vi fu un declino della produttività, i salari aumentarono e la moneta toccò minimi storici. Nel luglio 1975 il governo adottò severe misure anti-inflazione, con l'appoggio del mondo economico e dei sindacati, in modo da contenere gli aumenti salariali e l'inflazione. Verso la fine degli anni Settanta del Novecento la scoperta di giacimenti di petrolio nel Mare del Nord consentì un'importante riduzione del deficit nella bilancia dei pagamenti. A partire dal 1979 la politica economica del paese ha promosso una maggior delega al settore privato, mettendo un freno alla spesa pubblica e ai servizi statali. Obiettivo prioritario rimaneva il contenimento dell'inflazione, a costo però di un tasso di disoccupazione storicamente elevato. Intorno alla metà degli [[anni Ottanta] vi erano nel paese oltre 3 milioni di lavoratori senza impiego e dieci anni dopo ne rimanevano ancora circa 2,6 milioni. Il deficit di bilancio annuo all'inizio degli anni Novanta era pari a circa l'1,1% del prodotto interno lordo. Nel gennaio del 1973 il Regno Unito aderì alla Comunità Europea (ora Unione Europea). La struttura del lavoro è oggi significativamente cambiata. Nel 2002 la forza lavoro ammontava complessivamente a 29.602.654 lavoratori. Nel settore dei servizi è attualmente impiegato il 73% dei lavoratori, mentre nel 1955 lo era solo un terzo della forza lavoro. L'industria, che rappresentava un tempo il settore principale in termini di occupazione (42% della forza lavoro nel 1955), assorbe oggi solo il 25% della popolazione attiva. Il problema della disoccupazione è oggi meno grave che in passato: il tasso di disoccupazione del paese ha raggiunto infatti il 5,1% (2002).

Agricolura e allevamento

Nonostante il 23,7% del territorio britannico sia coltivato, il settore riveste una modesta importanza in termini di occupazione e di partecipazione al PIL, come riflesso della precoce industrializzazione conosciuta dal paese. Nel 2001 l'agricoltura impiegava appena il 1% della popolazione attiva e partecipava alla formazione del PIL per l'1%. Il settore raggiunge tuttavia alti livelli di efficienza e produttività. In vaste zone del paese, soprattutto in [[Scozia] e in Galles, i terreni possono essere sfruttati soltanto per il pascolo; oltre la metà delle aziende agricole è impegnata nell'allevamento di bovini e ovini e nella produzione lattiero-casearia. Dalla metà degli anni Novanta del XX secolo il settore della zootecnia si è trovato ad affrontare, come altri paesi europei, il problema della crescente diffusione di casi di encefalopatia spongiforme bovina, che ha avuto gravi conseguenze sull'esportazione di carne bovina. La produzione di bovini rimane comunque molto consistente (10,4 milioni di capi nel 2003). L'arativo è concentrato per lo più nell'Inghilterra orientale e centromeridionale e nella Scozia orientale. Le colture principali sono frumento (oltre 14,3 milioni di tonnellate prodotti nel 2003), barbabietola da zucchero (circa 9 milioni di tonnellate), orzo (oltre 7 milioni di tonnellate), patate e avena. L'alta produttività del settore è stata raggiunta grazie all'estensione dei campi, attraverso opere di diboscamento, la meccanizzazione e l'impiego intensivo di fertilizzanti e pesticidi.

Risorse forestali e pesca

Lo sfruttamento delle risorse forestali non è una voce rilevante dell'economia britannica; la produzione di legname fu, nel 2002, di 7.577.000 m³. La pesca praticata in alto mare ha conosciuto un certo declino a partire dagli anni Sessanta del Novecento, in parte a causa della legislazione restrittiva adottata dall'UE per la tutela delle specie; rimane un'attività economicamente importante in Scozia e in alcune zone dell'Inghilterra sudoccidentale, e rappresenta la principale fonte di occupazione in alcune città portuali. Nel 2001 la produzione totale di pesca marina ammontava a 595.124 tonnellate. Le specie maggiormente pescate sono lo sgombro, il merluzzo, la sogliola, l'aringa e i crostacei.

Importanti porti di pesca sono Hull, Grimsby, Fleetwood, North Shields, Lowestoft, Plymouth, Brixham e Newlyn in Inghilterra; Aberdeen, Peterhead, Lerwick, Ullapool e Fraserburgh in Scozia; Kilkeel, Ardglass e Portavogie in Irlanda del Nord. Dotato di una consistente flotta di pescherecci, il Regno Unito è stato particolarmente colpito dalle misure imposte dall'Unione Europea. Per tutelare la fauna ittica e consentirne la riproduzione, le navi devono rimanere forzatamente inattive per numerosi giorni all'anno, e il governo ha dovuto adottare piani di finanziamento per incoraggiare l'abbandono di questa attività. All'inizio del 1996 alcune aree, tradizionalmente riservate alla pesca britannica e irlandese, sono state aperte ai pescherecci spagnoli in base a un accordo del dicembre 1994. Ratificato da un'esigua maggioranza del Parlamento, questo accordo ha provocato nel corso dell'anno considerevoli tensioni e incidenti; il malcontento si è ulteriormente diffuso dopo la riduzione delle quote di pescato britannico indicata dai programmi europei.

Risorse energetiche e minerarie

Il Regno Unito è un paese ricco di risorse minerarie, soprattutto carbone e minerali di ferro, sfruttate sin dai tempi più antichi. L'estrazione del sale, specialmente nel Cheshire, risale all'epoca preistorica, mentre mercanti fenici visitarono l'odierna Inghilterra per acquistare lo stagno di cui era ricca la Cornovaglia. Oggi questi giacimenti di stagno sono completamente esauriti, così come quelli di minerali di ferro nell'Inghilterra settentrionale. Oggi si estraggono zinco, piombo e oro. Le riserve d'oro, situate soprattutto in Galles, e d'argento, come quelle di petrolio e gas naturale, sono proprietà della Corona e ai produttori possono solo essere concesse licenze di sfruttamento.

La produzione di minerali comprende inoltre calcare e dolomite, sabbia e ghiaia, arenaria, argilla, sale e caolino. Di rilievo è l'estrazione del carbone, le cui riserve sono sfruttate fin dall'epoca romana. Le tasse sul commercio di carbone contribuirono a finanziare la ricostruzione di Londra dopo il Grande Incendio del 1666 ed esso rappresentò una risorsa energetica di grande importanza nel corso della rivoluzione industriale. Il vertice della produzione fu raggiunto nel 1913 (292 milioni di tonnellate), ma da allora essa ha subito un graduale declino. Il numero degli occupati in questa industria è sceso da circa 200.000 persone nel 1985 a circa 11.000 nel decennio successivo, con pesanti conseguenze per l'economia delle comunità di minatori quali lo Yorkshire, il Nottinghamshire e il Derbyshire. Quasi i tre quarti del carbone britannico provengono da giacimenti profondi, il resto da miniere all'aperto e, nonostante i problemi che il settore ha dovuto affrontare in epoca recente, esso provvede tuttora a circa il 25% dell'energia del Regno Unito. Nel 2001 il paese ha prodotto 34,7 milioni di tonnellate di carbone.

Il petrolio fu scoperto nel 1969 nel Mare del Nord, al largo della costa della Scozia nordorientale; la produzione iniziò nel 1975. Nel 1980 vi erano 15 giacimenti, che producevano 1,6 milioni di barili al giorno, tanto da soddisfare il fabbisogno interno e rappresentare una nuova voce nel mercato delle esportazioni. Nuovi giacimenti di petrolio e gas naturale sono stati scoperti a partire dal 1980, in particolare nel Dorset, nell'[[Inghilterra meridionale]]. Nel 2001 il Regno Unito era al nono posto tra i produttori mondiali di petrolio (2.586 migliaia di barili di greggio al giorno). Il Regno Unito è stato tra i primi paesi a sviluppare impianti per la produzione di energia nucleare che oggi provvede nella misura del 18% al fabbisogno energetico del paese. La prima centrale nucleare per la produzione di energia su scala commerciale entrò in funzione nel 1956 a Calder Hall, in Cumbria, nell'Inghilterra nordoccidentale. Nei primi anni Novanta le centrali nucleari producevano circa il 18% dell'elettricità britannica.

L'industria

Già intorno alla metà del XIX secolo il Regno Unito era una nazione industrializzata, la prima al mondo. Tra le cause principali di questo precoce sviluppo vi furono: l'antica posizione di preminenza britannica nel commercio mondiale della lana; l'abbondanza di risorse minerarie; lo sviluppo della navigazione e del dominio navale dei mari; l'acquisizione di mercati coloniali; una maggiore libertà politico-religiosa e un minor impegno bellico rispetto agli altri paesi d'Europa; lo sviluppo di tecniche manifatturiere più efficienti; infine, la rivoluzione agraria. Quest'ultima, che precedette e accompagnò la rivoluzione industriale, fu molto importante, in quanto, grazie all'introduzione di nuove tecniche produttive, permise un'enorme crescita della produzione alimentare che poté far fronte allo sviluppo urbano. Essa rese inoltre disponibili migliaia di lavoratori per le nuove fabbriche.

Nel XVI e XVII secolo l'immigrazione di fiamminghi e ugonotti diede grande impulso all'industria laniera, che costituì la base dell'economia britannica medievale. Grazie all'invenzione di nuovi macchinari l'industria tessile si sviluppò rapidamente fino a diventare una delle più importanti del paese. Lo sviluppo e le migliorie apportate dal motore a vapore, ideato dagli ingegneri scozzesi James Watt e George Stephenson, furono di capitale importanza per l'industrializzazione britannica, soprattutto nei settori carbonifero e siderurgico.

Il Regno Unito rimane un paese altamente industrializzato, nonostante i molti problemi che il settore ha incontrato fin dagli anni Settanta del Novecento, tra cui la concorrenza straniera e gli effetti negativi della recessione degli anni Ottanta. Nel 2002 l'industria contribuiva nella misura del 26,4% alla formazione del PIL, mentre l'82% delle esportazioni consisteva di prodotti manufatti. Ciononostante, il numero degli occupati nel settore è diminuito in seguito alla chiusura degli stabilimenti o all'introduzione di nuove tecnologie per aumentare la produttività. Nel 2001 il comparto industriale occupava il 25% della forza lavoro.

I settori tradizionali tessile e automobilistico, anche se ancora fiorenti, hanno subito un lieve ridimensionamento, mentre un più rapido sviluppo hanno avuto le industrie farmaceutiche, chimiche, elettroniche, aerospaziali e di strutture per l'industria petrolifera. Nei primi anni Novanta il Regno Unito produceva circa il 40% dei personal computer d'Europa ed era uno dei maggiori produttori mondiali di apparecchiature per comunicazioni, tra cui cavi in fibre ottiche. Fiorenti sono inoltre l'industria editoriale e della carta. La Scozia e l'Irlanda del Nord vantano una lunga tradizione nella produzione di whisky e tessili (tweed e lino). I maggiori distretti industriali del paese si trovano nei pressi di Londra, Manchester, Birmingham e Tyne and Wear.

Commercio e finanza

L'unità monetaria del Regno Unito è la lira sterlina (pound), divisa in centesimi (penny, plurale pence). La Bank of England, creata per concessione nel 1694 e nazionalizzata nel 1946, è la sola banca autorizzata a emettere moneta in Inghilterra e Galles. Alcune banche in Scozia e Irlanda del Nord possono emettere moneta in limitate quantità. Nel paese esistono inoltre molti istituti finanziari, come la Borsa valori di Londra e la Borsa delle assicurazioni dei Lloyd's, che fanno del Regno Unito uno dei più importanti centri della finanza mondiale. I servizi bancari, finanziari, assicurativi e di credito costituiscono circa il 20% dell'attività economica britannica. Tradizionale centro dei servizi finanziari è il noto Square Mile (il “miglio quadrato”) nella City di Londra, che ospita la maggior concentrazione al mondo di banche e un gran numero di istituti assicurativi.

Da centinaia di anni il commercio ha per il Regno Unito un'importanza vitale. La posizione dominante del paese nel commercio mondiale durante il XVIII e XIX secolo fu dovuta in gran parte all'isolamento geografico delle isole britanniche rispetto ai conflitti e ai problemi politici che affliggevano il continente. Lo sviluppo delle grandi compagnie mercantili (Compagnia delle Indie Orientali; Compagnia della Baia di Hudson), l'espansione coloniale e il controllo navale dei mari furono fattori conseguenti. Prima del XVII secolo il commercio estero dell'Inghilterra era gestito quasi interamente da operatori stranieri. La lana era il principale prodotto di esportazione e le importazioni erano rappresentate soprattutto da manufatti. Con il mercantilismo, la dottrina economica prevalente in Inghilterra nei secoli XVII e XVIII, lo stato promosse il commercio estero, lo sviluppo della flotta e delle compagnie mercantili. Con l'aumento dei possedimenti coloniali britannici nel XVIII e XIX secolo, l'allevamento ovino per la produzione di lana e carne divenne un'attività importante nelle colonie, mentre cotone, ferro, acciaio e carbone divennero i principali prodotti di esportazione. Oggi il Regno Unito è la quinta nazione al mondo per volume di scambi, con un valore pro capite delle esportazioni superiore a quello degli Stati Uniti e del Giappone.

I principali beni di importazione sono generi alimentari, legno e prodotti cartacei, macchinari, prodotti chimici e mezzi di trasporto. Tra le esportazioni britanniche figurano macchinari, mezzi di trasporto, manufatti di base, petrolio, prodotti chimici, strumenti di precisione, attrezzature aerospaziali ed elettroniche. Nel 2002 le esportazioni ammontavano a 288.647 milioni di dollari USA; le importazioni a 351.709 milioni di dollari USA. Il 50% circa degli scambi avviene con i paesi dell'Unione Europea, soprattutto con Germania, Paesi Bassi e Francia, il 13% circa con Stati Uniti e Canada.

Trasporti e vie di comunicazione

La presenza di numerose insenature lungo la costa e la navigabilità dei fiumi, che hanno consentito la costruzione di funzionali centri portuali, hanno contribuito a fare del Regno Unito una potenza marittima. Gli Atti di navigazione del XVII e XVIII secolo furono emanati per favorire al massimo le navi inglesi nel trasporto di prodotti nazionali. Con le vittorie navali sulla Spagna e la Francia, le principali rivali nel commercio mondiale, l'Inghilterra si assicurò il controllo dei mari e la preminenza mondiale della sua flotta mercantile. La sua leadership durò fino alla seconda guerra mondiale, quando la distruzione della flotta britannica e la crescita della capacità produttiva dei cantieri navali statunitensi permisero alla marina mercantile americana di superare quella britannica, la cui importanza ha da allora conosciuto un ulteriore declino.

Oggi i principali porti britannici sono Londra, Tees e Hartlepool, Grimsby e Immingham, Sullom Voe, Milford Haven, Southampton, Liverpool, Felixstowe, Forth, Dover e Portsmouth. Nelle isole Shetland e Orcadi hanno sede porti a servizio dell'industria petrolifera. Vi sono oggi nel Regno Unito circa 3.200 km di canali e fiumi navigabili alcuni dei quali, costruiti nel XVIII secolo, rappresentano ancora importanti vie di comunicazione: tra questi, il canale di Manchester e il canale di Caledonia, nella Scozia settentrionale, che consente collegamenti tra l'oceano Atlantico e il Mare del Nord.

Nel Regno Unito fu inaugurata nel 1825 la prima ferrovia del mondo percorsa da treni a vapore, la Stockton and Darlington Railway. Nel 1923 la rete ferroviaria del paese era gestita da quattro compagnie, che furono nazionalizzate nel 1948, mentre nel 1955 fu avviato un programma di modernizzazione. Oggi le ferrovie, gestite dalla compagnia Railtrack, recentemente privatizzata, dispongono di una rete di 17.067 km, di cui circa il 30% elettrificato. A questi si aggiungono i circa 400 km della rete metropolitana londinese che si sta estendendo con la costruzione di nuove linee nella parte orientale e sudorientale della città. Il progetto per la costruzione di un tunnel sotto la Manica risale alla fine del XIX secolo.

Ripresi nel 1957 e nuovamente interrotti nel 1973 per ragioni finanziarie, i lavori ricominciarono definitivamente nel 1987 e un primo tunnel di servizio venne completato nel 1990. Il tunnel (chiamato Eurotunnel), lungo 50,4 km e situato a 40 m sotto il livello del mare, collega Folkestone, in Inghilterra, a Calais, in Francia. È stato ufficialmente inaugurato il 6 maggio 1994.

Bandiera Regno Unito

Regno Unito

  • Superficie: 58.789.194?
  • Capitale: Londra
  • Lingua: Inglese
  • Ordinamento: Monarchia costituzionale
  • Prefisso telefonico: Regno Unito
  • Targa: GB
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